Il Problema

 

“Plastic pollution has emerged as the second most ominous threat  to  the  global  environment,  after  climate change”

Il problema planetario dell’inquinamento da rifiuti di plastica è ormai generalmente noto. Tuttavia riteniamo utile fornire qui alcuni dettagli e sottolineare alcuni aspetti, per poterne meglio comprenderne la portata, la assoluta gravità e le prospettive. In particolare per la plastica che si trova nei mari ed oceani.

Dall’inizio

Dall’inizio della sua produzione negli anni 50, sono state prodotte circa 9 miliardi di tonnellate di plastica, e di questi circa 170 milioni  (fonte EU) si trovano oggi nei mari ed  oceani. La produzione di plastica del solo 2019  è stata di circa 400 milioni di tonnellate. Praticamente, salvo la piccola parte bruciata negli inceneritori e qualche sacchetto biodegradabile, TUTTA la plastica prodotta dall’inizio esiste sempre: infatti la plastica, nei suoi vari tipi di uso comune, non è biodegradabile, e può solo disgregarsi fisicamente fino a non essere più visibile, ma questo dopo centinaia di anni, o anche di più. Per alcuni tipi fino a 1000 anni. Succede infatti che, per azione della luce (raggi UV), del sale, e dei movimenti del mare, la plastica si frammenti, in pezzettini sempre più piccoli, fino ai piccolissimi, che vengono definiti «microplastiche».

Usa e getta

Il nostro stile di vita è ormai da decenni: “sempre maggiore consumo  +  usa e getta”,

per una presunta comodità.  La plastica vi si presta perfettamente. Viviamo nell’illusione che si tratti di oggetti e soluzioni che costano pochissimo. Invece per la società umana  i costi della fase «dopo l’uso» sono devastanti.  (costi della raccolta, trattamento, eventuale riciclaggio, ma soprattutto i costi della NON – raccolta, in termini ormai gravissimi di pesante inquinamento globale spesso irreversibile, danni economici, ecologici e biologici)

Ad esempio, ogni anno di sacchetti di plastica ne vengono prodotti nel mondo cinquemila miliardi (5.000.000.000.000), vale a dire 160.000 al secondo, 24 ore su 24, tutto l’anno.

Purtroppo, il 90% finisce nella natura, in mare, in discariche, e lì rimane.

Foto Sandro D’Onofrio

Fate of the plastic trash in the seas

Il quadro peggiora sempre di più, perché ogni anno vengono ‘rovesciati’ in mare altri 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica (alcune stime arrivano a 12 milioni di tonnellate). E’ come se ogni 30 secondi venisse scaricato in mare un grosso camion di rifiuti, tutti i giorni, tutti i mesi, tutti gli anni.

L’80% della plastica che arriva in mare proviene dalla terraferma. Il resto da fonti marine (navigazione, pesca).

Una volta raggiunto il mare o l’oceano i rifiuti, interi o spezzettati o sminuzzati, o in genere macroplastiche e microplastiche, vengono trasportati dalle correnti e si accumulano ad ogni livello, dalla superficie del mare fino alle più grandi profondità, perché, in genere, la plastica è più pesante dell’acqua, galleggia finchè contiene aria, poi va a fondo.

(fonte: Pubblicazioni ONU)

Di tutta la plastica che si trova oggi  in mare, lo 0.5% galleggia in superficie, il 26.8 %  si trova in acque costiere, il 33.7% è disseminato lungo le coste o giace sul fondo degli oceani, e il 39% si trova sommerso a qualunque profondità. Se ne deduce che nel tempo la plastica galleggiante, spezzettata e disgregata, per varie ragioni, già note o allo studio, tende a non galleggiare più scendendo gradualmente verso il fondo, sostituita alla superficie da altra plastica galleggiante “di nuovo arrivo”

Se il ritmo e la tendenza attuale venissero mantenuti, nel 2025 ci sarebbero nei mari e oceani una tonnellata di plastica per ogni tre di pesce. Nel 2050 il peso totale dei rifiuti di plastica sarà già diventato maggiore di quello di tutti i pesci contenuti in tutti gli oceani. In realtà purtroppo il trend è invece al rialzo, e già si stima che nel 2025 la produzione mondiale di plastica sarà di 600 milioni di tonnellate.

(fonte: Pubblicazioni ONU)

Che plastica si trova negli oceani?

Gli articoli più rappresentati sono:

-Filtri di sigarette

-Sacchetti di plastica

-Bottiglie di plastica

-Piatti, bicchieri e posate di plastica monouso

-Cannucce per bibite, cotton fioc, spazzolini da denti

-Contenitori di altre bevande e detersivi, con i relativi tappi,

-Vassoietti e contenitori per il confezionamento di alimentari

-Reti da pesca abbandonate (pericolosissime perché pesci, uccelli,  mammiferi, e tartarughe continuano a restarci impigliati)

-Film di plastica, in particolare dall’agricoltura e dagli imballaggi industriali

-cassette in polistirolo per il pesce

-Tessili e indumenti

Per quest’ultima voce è da notare che le fibre sintetiche degli indumenti e tessili di plastica producono, durante i numerosi lavaggi o nelle fasi di disgregazione in mare, microplastiche e soprattutto microfibre. Queste ultime sono fra quelle che poi ci ritroviamo, insieme a quelle di altra origine, in ogni dove, in mare e sulla terra, poiché, essendo tanto piccole da non essere neanche visibili, basta una bava di vento per far loro percorrere centinaia e migliaia di km, rimanendo poi nell’aria o posandosi su terreni agricoli, pascoli, distese innevate, ghiacciai, e ogni altra cosa. Molti di voi avranno letto di “scoperte” di nanoplastiche o microfibre nell’acqua potabile, nel caffè, nel sale, nel cibo, nei ghiacciai polari, o in quelli alpini, nell’aria che respiriamo, e in altri luoghi creduti improbabili. Ma in realtà si tratta solo di conseguenze logiche della situazione descritta.

Da dove viene?

Purtroppo, principalmente da zone della terra densamente popolate e con gestione rifiuti inesistente o quasi. Ma in particolare vengono da 8 grandi fiumi, di cui 6 sono in Asia: Amur, Fiume Azzurro, Fiume Giallo, Mekong, Gange, Indo, Nilo, Niger. Per il Mediterraneo, la parte maggiore la producono il Nilo e un paio di fiumi Turchi.

E dove va ?

Dappertutto

Ricordiamo che la plastica che possiamo vedere, in superficie, è solo lo 0,5% di tutta la plastica presente nei mari.

Con i venti e le correnti la plastica percorre migliaia di km, finendo poi, specie a seguito di mareggiate, su coste e spiagge.

Una larga parte poi finisce in alcune zone oceaniche dove convergono le correnti creando dei lenti vortici: ve ne sono due nell’Atlantico,  uno nell’oceano Indiano, e due nell’oceano Pacifico. In quest’ultimo, quello a nord, è grande quanto tre volte la Francia, e contiene circa 80.000 tonnellate di rifiuti sparsi.

Per quanto riguarda la profondità alla quale si trova la plastica nei mari ed oceani, non ci sono limiti: si trova a tutte le profondità, e in generale, con il lento processo di frantumazione, si sposta gradualmente verso il fondo, con enormi accumuli di microplastiche sui fondali, superiori a quanto si riteneva ancora fino a poco tempo fa.

CONSEGUENZE  E  DANNI

  • Coste e spiagge piene di rifiuti di plastica, con relativi:
  • > costi per ripulire (e sperabilmente per riciclare, ove possibile, o smaltire correttamente)
  • > danni al turismo costiero e insulare, al diporto nautico e alle attività     ricreative
  • Danni all’attività della pesca

(accettando l’ipotesi che l’enorme quantità di reti da pesca abbandonate sia conseguenza solo di circostanze fortuite ed involontarie)

  • Danni alle attività di trasporto marittimo, e pericolo per la loro sicurezza
  • Danni agli ecosistemi marini, poiché è enorme la quantità di rifiuti, di  tutte le dimensioni, che ormai ricopre  e soffoca grandi aree del fondo marino dove si trovano i nutirmenti di pesci e animali marini.

                                             

                                         

Inoltre i rifiuti di plastica vengono utilizzati come «autostop» da specie invasive (alghe), che così possono andare ad installarsi a migliaia di miglia dalle loro zone di origine, danneggiando o distruggendo le specie locali.

  • Pericoli e danni per la vita degli animali marini, che non potendo distinguere la plastica dal cibo, mangiano ormai più plastica che cibo. Ma la plastica non può essere digerita e produce, a partire dal plancton e fino ai più grandi uccelli e mammiferi marini, un effetto perverso:

con lo stomaco pieno (di plastica) si ha la sensazione di sazietà e quindi non si cerca altro cibo. Il poco cibo vero presente non può fornire l’apporto energetico necessario, con il conseguente declino dell’efficienza fisica, l’incapacità di muoversi, nuotare, volare, ecc., fino alla morte.

Secondo l’UNESCO sono oltre 100.000 i mammiferi che muoiono ogni anno per colpa dell’inquinamento da plastica.

             

Cetaceo morto per denutrizione. Nello stomaco aveva 22 kg di rifiuti di plastica

L’albatross rientra al nido con lo stomaco pieno, e nutre il piccolo trasferendogli una parte del contenuto. Ma se ha mangiato più plastica che cibo il destino del piccolo, come quello del genitore, è segnato.

http://www.midwayfilm.com/

Contemporaneamente vi sono gravissimi danni provocati dalla plastica incontrata: soffocamento da sacchetti di plastica, impiglio in reti abbandonate (con conseguente morte per annegamento, fame, strangolamento, ecc.), ferite con infezioni oppure impedimento allo sviluppo provocati da anelli o altre forme e oggetti di plastica

  • Pericoli per la catena alimentare. All’inizio della catena alimentare marina c’è lo zooplankton, che si nutre aspirando acqua e trattenendo come nutrimento il fitoplankton. Ma ora insieme al fitoplankton trattiene anche nanoplastica, con conseguenze che vanno da negative a letali. Il problema si rinnova e si amplifica ad ogni passaggio della catena alimentare, poichè il pesce grande mangerà plastica credendola cibo, e mangerà il pesce più piccolo, e la plastica che contiene.

E così via,  fino al pesce mangiato dall’uomo.

E per l’uomo?

Che la plastica che si può trovare (e si trova) nello stomaco umano sia di per sé dannosa all’uomo è cosa ancora dibattuta. In ogni caso le nanoplastiche che entrano nel corpo umano possono depositarsi e accumularsi negli organi, compreso il cervello. La necessaria ulteriore ricerca ci dirà. Ma non ci sembra una buona ragione, nel frattempo, per continuare a mangiarla, salvo scoprire poi che: Si, effettivamente è molto dannosa..

Questo per parlare della plastica “pura”.

E’ invece ben nota la tossicità per gli animali e per l’uomo degli additivi che vengono normalmente usati, a vari scopi (ritardanti la combustione, plastificanti per rendere più elastici i prodotti, antiossidanti, stabilizzatori UV, ecc.).

Per gli animali è stato accertato che influiscono negativamente sulla funzione riproduttiva e che sono cancerogeni. Per l’uomo sono pericolosi per ingestione, inalazione o anche per il solo contatto con la pelle.

E, a questo proposito, preoccupa la caratteristica di molti tipi di plastica consistente nell’attirare e assorbire, per cause chimico-fisiche, i cosiddetti POP (Persistent Organic Pollutants) altamente tossici e cancerogeni, come il PCB, il DDD (ex DDT), e altri.

Queste sostanze sono presenti nelle acque dei mari e oceani in maniera molto rarefatta, ma la capacità delle plastiche di attirarle potrebbe portare alla formazione di concentrazioni fino a un milione di volte maggiore di quella nelle acque circostanti, e quindi non più innocue.  Sostanze dannose per la funzione ormonale, come gli additivi per rendere la plastica più elastica, sono state associate a problemi clinici come cancro al seno, infertilità, adolescenza precoce, eccesso di peso, allergie, diabete.

Non molto migliori sono i le attività improvvisate ed incontrollate di trattamento dei rifiuti: sostanze tossiche, come monossido di carbonio, azoto, diossine e furani, vengono generate bruciando plastica nell’ambiente. Queste sostanze sono state associate a tutta una serie di disfunzioni. Le ceneri della combustione possono contaminare suolo ed acqua.

Potrà in definitiva risultare che i rischi per la salute umana e per tutte le forme di vita dell’ambiente marino siano anche peggiori di quanto fino ad oggi accertato.

“Limiti Planetari”

Ricordiamo infine che la plastica è uno degli elementi presi in considerazione dal processo “Inquinamento chimico e rilascio di nuove sostanze” delle “Planetary Boundaries”, o Limiti Planetari:

  • l’inquinamento chimico e rilascio di nuove entità, cioè composti radioattivi, metalli pesanti, e una vasta gamma di composti organici e organismi biologici, prodotti dall’uomo. L’inquinamento chimico e biologico influisce negativamente sulla salute dell’uomo e degli ecosistemi, ed è causato dalla diffusione incontrollata delle materie plastiche, dall’uso di diserbanti e pesticidi e di prodotti farmaceutici, di antibiotici e ormoni nell’allevamento”.

Già nel 2009 sulla rivista scientifica Nature è stato pubblicato un articolo, a firma di 29 tra i maggiori scienziati esperti di scienze della Terra e di scienza della sostenibilità, in cui si identificavano i principali processi che regolano la stabilità e la resilienza del sistema terrestre, proponendo – per questi processi – dei limiti quantitativi entro i quali l’umanità può continuare a svilupparsi e prosperare per le generazioni a venire. Questi limiti furono battezzati “planetary boundaries”, o limiti planetari, e superarli aumenta il rischio di generare cambiamenti ambientali improvvisi o irreversibili su larga scala.

Tratto dal sito https://www.connettere.org/i-limiti-planetari/ al quale rimandiamo per la lettura completa.

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La situazione e le prospettive oggettivamente insostenibili non consentono più alle coscienze di rimanere inerti e passive.

Iniziata da alcuni “mariners” della IYFR, è partita una operazione che mira a rimediare a questo problema planetario, con ottimismo, determinazione, e ben sapendo che non sarà una cosa né facile, né veloce.

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